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Giovani e Lavoro, tra Cervelli in fuga e Braccia rubate…

Quante discussioni hanno impegnato il mondo della cooperazione sociale sul tema: come possiamo favorire l’occupazione giovanile?

Qualcuna…e, in ognuna di essa, è insito un duplice rischio che si corre, sempre, quando un “non giovane” parla della generazione più recente: è difficile districarsi tra giovanilismo di maniera e paternalismo stucchevole.

Via, ci proviamo: se la logica del Bene Comune è quella della “non esclusione”, è indubbio che una delle estromissioni più dolorose che, oggi, caratterizzano il mondo del lavoro, sia quella che riguarda i giovani.

 

Braccia rubate e Cervelli in fuga

“Braccia rubate all’agricoltura”, si diceva una volta, auspicando il ritorno dei giovani all’antico lavoro campestre.

Bè, a furia di sentirselo dire, i giovani, pare, si stiano convincendo…

Gli ultimi dati di Coldiretti parlano di un aumento rilevante nel numero di lavoratori dipendenti, con un record del +5,6% nel secondo trimestre del 2014 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

In particolare, hanno meno di quarant’anni un lavoratore dipendente su quattro e il numero di imprese agricole condotte da giovani under 35 è salito, nel secondo trimestre 2014,  a 48.620 unità, con un aumento del 2,6 % rispetto al trimestre precedente.

Insomma, la terra è bassa ma dà lavoro.

 

“Cervelli in fuga” è un’altra metafora molto usata: indica la scelta di molti talenti italiani, soprattutto giovani, di cercare altrove opportunità occupazionali che sappiano valorizzarne il merito.

La frase è risuonata molte volte durante la recente visita di Matteo Renzi nella Silicon Valley: la nuova tecnologia è stata indicata come mercato preferenziale per lo sviluppo dell’occupazione giovanile.

Migliaia di giovani italiani preparati (oltre 5.000, dati del Consolato italiano) si sono trasferiti in quella zona della California e, laggiù, hanno trovato terreno fertile per le loro start-up.

 

Agricoltura e alta tecnologia: cosa hanno in comune questi due settori lavorativi?

  1. Sono ambiti a bassa intensità di manodopera (più la tecnologia digitale che l’agricoltura, certo, ma anche in quest’ultima la meccanizzazione ha estremamente amplificato il rapporto tra ettaro coltivato e manodopera necessaria, tanto che qualcuno arriva a parlare di  Tecno-agricoltura)
  2. Necessitano di lavoratori con pre-requisiti alti in termini di preparazione, motivazione, possibilità d’investimenti iniziali…

Insomma, lavoro, ma non certamente alla portata di tutti.

Le misure del Governo

Crisi generale dell’economia, diminuzione di posti a disposizione a seguito di pensionamenti, basso livello formativo, scarso collegamento scuola/lavoro…le cause della disoccupazione giovanile sono molte e complesse.

A livello macro, il governo sembra aver puntato su due misure (una già in atto e l’altra fortemente promessa): il progetto “Garanzia Giovani” e il “Servizio Civile Universale”.

Garanzia Giovani è lo strumento scelto per recepire la Raccomandazione europea del 22 aprile 2013 sull’istituzione, appunto, di una garanzia di attività per i giovani tra i 15 e i 29 anni non impegnati in un’attività lavorativa né inserito in un percorso scolastico o formativo.

Le misure previste vanno dall’orientamento, alla proposta di percorsi formativi, all’accompagnamento al match con proposte lavorative, al sostegno all’auto-imprenditorialità… senza poi farci mancare i soliti tirocini-stage e i bonus alle imprese che assumono.

Garanzia Giovani pare stia funzionando poco e a macchia di leopardo nelle varie Regioni italiane (qui un’esperienza):  si basa sul sistema dei Centri per l’Impiego ma il collegamento tra testa (Ministero) e periferia (i singoli Centri) è molto macchinoso; forse, date le esperienze passate, non era il caso di prevedere che i CPI, così come sono, non possono essere più il fulcro delle politiche attive del lavoro?

Sostanzialmente, a me pare, si sceglie di affrontare solo un versante del problema, quello forse più semplice da risolvere: l’incontro tra domanda e offerta.

Solo che, anche ammesso che si riesca ad intercettare i giovani e a catalogare le offerte di lavoro, i due fattori non vengono modificati: rimaniamo con una vasta domanda (mediamente poco qualificata) e una scarsa offerta di postazioni.

Nell’altra grande misura pensata dal Governo, il Servizio Civile Universale, l’ambito formativo dovrebbe essere quello maggiormente coinvolto.

Il disegno di legge delega per la riforma del Terzo Settore dedica molto spazio alla creazione di tale opportunità.

Oltre ad essere una grande esperienza educativa e civile, il Servizio Civile si è rivelato spesso, in passato, un ottimo canale d’inserimento lavorativo.

Al momento però, ancora non s’indovina un piano coerente; ciò che è già certo è che le risorse non consentiranno, da subito, un’esperienza davvero universale: pare che le cifre accantonate bastino per un contingente di 37.000 giovani (di questi tempi non son pochissimi, intendiamoci, ma allora perché parlare di Servizio Civile Universale, ossia per tutti?).

 

E la cooperazione sociale?

Ovviamente, lamentarsi del macro intervento e stare con le mani in mano nel piccolo, per quel che si può fare, è un malcostume italiano dal quale vorremmo affrancarci.

Cosa può fare la cooperazione sociale per contribuire concretamente ad aumentare le opportunità lavorative per i giovani?

E’ possibile pensare a una proposta di micro-politiche giovanili, che includano il versante delle politiche del lavoro e l’ambito educativo, da proporre sui territori in cui lavoriamo?

Qualche esempio? Accordi specifici con gli enti locali per stipulare convenzioni (ex art.5 l.381/91) per l’assunzione di persone svantaggiate under 30, offerte sociali migliorative (magari all’interno di gare che prevedano clausole sociali premianti) che comprendano tirocini per giovani ad alta valenza formativa, stage di giovani provenienti dalle Università…tutte cose che già facciamo, senz’altro, ma, forse, in modo scarsamente coordinato, pensato ed efficace.

Credo che la nostra esperienza comune sia che doti e misure basate sugli incentivi all’occupazione (anche la riduzione del costo del lavoro) non creino, di per se stessi, posti di lavoro, i quali compaiono solo con la conferma delle commesse.

Allora serve una progettazione più seria, coinvolgente per tutti gli attori: non è detto che il micro-livello, la piccola pianificazione di territorio non consenta di affrontare tali problematiche in modo più concreto ed efficace delle grandi politiche nazionali; e questo proprio perché si parte da commesse, lavori, progetti…non da match tra profili e postazioni.

La promozione di tali progetti, se non la regia, potrebbe essere in capo alla cooperazione sociale?

Che ne pensate?

 

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6 commenti su “Giovani e Lavoro, tra Cervelli in fuga e Braccia rubate…

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