Lavoro Bene Comune

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Verso il Lavoro come Bene Comune? Alcune prospettive

La Prospettiva, dice il linguista Gabrielli nel suo prestigioso dizionario, è la “Tecnica del rappresentare gli oggetti su un piano in modo da farli apparire come l’osservatore li vede nella realtà da un determinato punto di vista”.

Ma il termine indica anche un giudizio, una valutazione (errore di prospettiva) e una previsione (ci sarebbe la prospettiva di…).

Lavoro bene comune

Certo, sbilanciarsi ad individuare prospettive nel mondo del lavoro è cosa difficilissima, ancora di più se considerato in chiave di Bene Comune, ossia come categoria includente e comunitaria.

Ma, se è molto difficile pronunciarsi direttamente, nulla ci vieta di diffondere alcune prospettive (punti di vista), tra i più stimolanti emersi negli ultimi tempi.

 

C’è chi ha provato, utilizzando le indicizzazioni di Google sui libri scansionati, a rilevare la frequenza dei singoli vocaboli e ad individuare così “le parole che caratterizzano un’epoca”.

Ovviamente, la frequenza e la moda non indicano, di per se,  un contenuto interessante…ma, di certo, più un’etichetta ricorre, più la sua semantica ha possibilità di essere esplorata.

Fedeli alla missione del progetto Lavoro Bene Comune, cerchiamo di esplorare le potenzialità inclusive di due dei termini più in voga nel campo imprenditoriale (anche tra i profeti dell’innovazione sociale): sharing economy e specializzazione.

Di Sharing Economy (o economia della condivisione), abbiamo già accennato.

Jeremy Rifkin la vede addirittura come ricetta per uscire dalla crisi: il nuovo “internet delle cose” sta consentendo di passare dalla condivisione d’informazioni e media a quella di oggetti, automobili, appartamenti…

Forse, però, è meglio cercar di capire come far rientrare in questa rivoluzione i tanti (tantissimi) che rischiano di rimanerne drammaticamente esclusi: anziani, analfabeti digitali, poveri (si, poveri)…

E’ interessante, in questo senso, il tentativo di tabbid.com, un vero e proprio social network dei lavoretti che mette in condivisione il tempo delle persone e le loro competenze.

Il target cui si rivolge è il popolo delle carceri (per servizi di rieducazione attraverso il lavoro), dei cassaintegrati, dei disoccupati, dei giovani studenti che vogliono sostenersi all’Università.

Il secondo ambito semantico riguarda la specializzazione.

La vulgata corrente la lega spessissimo a un altro termine: innovazione.

Il massimo, poi, il “must” di ogni convegno, è identificare specializzazione-innovazione-tecnologia!

Intendiamoci, doveroso segnalare tutti i successi delle start-up nel campo delle nuove tecnologie: dalla stampante 3-D alle App (alcune utilissime).

Ma, ancora una volta, per chi e per quanti quest’accezione di specializzazione potrà rappresentare un’occasione di lavoro?

Noi segnaliamo un’altra, più ampia e di grande respiro, accezione del termine “specializzazione”.

Due economisti, Dominique Foray e Kevin Morgan, hanno presentato, ad una conferenza organizzata a Pisa dalla Commissione Europea, l’idea di una specializzazione territoriale intelligente.

Depredando a mani basse dall’articolo di approfondimento de Linkiesta: <<costruire e realizzare strategie fondate sul principio che ogni regione e città europea abbia un numero limitato di specializzazioni intelligenti sulle quali concentrare gli investimenti pubblici, gli sforzi per attrarre le imprese e le professionalità che possono portare in questi comparti le tecnologie e le competenze che mancano, disegnando pacchetti di incentivazioni fiscali, formazione, semplificazione adatti alle esigenze di quei settori. All’Europa il principio delle “specializzazioni intelligenti” è piaciuto a tal punto che la sua applicazione è diventata condizione per accedere ai 350 miliardi di Euro che sono buona parte del programma d’investimenti che la Commissione spenderà nei prossimi sette anni per uscire dalla crisi.

Specializzando ciascun territorio si evita una competizione interna e dover scegliere una vocazione riconoscibile a livello internazionale, spinge quei territori ad uscire dalla propria parrocchia, a riflettere sul proprio  ruolo nelle “catene di generazione del valore” globali, a confrontarsi e cooperare con il resto del mondo.>>

L’idea è buona, non sarebbe proponibile, in piccolo, per le imprese sociali?

Scegliersi una vocazione in un certo territorio, creare filiere sociali di prodotto e di servizio, fino a dei veri e propri distretti produttivi che integrino profit e non-profit imprenditoriale; con il Pubblico che partecipa, stimola, co-progetta le politiche del lavoro e della formazione…

Un sogno?

 

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Un commento su “Verso il Lavoro come Bene Comune? Alcune prospettive

  1. paolo
    27 ottobre 2014

    no, una realtà che dovremo affrontare tutti e in fretta… ki stà fuori? probabilmente un ciao può bastare poi dentro nell’oceano in tempesta.
    esempi ? iniziamo dai più facili cosa fai tu cosa faccio io cosa non faccio io perchè lo fai tu ma quello che fai tu come posso venderlo ( perchè lo fai bene) e io ci guadagno in soldi (pochi) e speciaalmente in rapporti con l’altro e il cliente (fidelizziamo) e creo una rete grande dove anche l’altro quando si troverà a soddisfare un bisogno del suo cliente su una cosa che non fa si ricorderà e ti chiamerà… un facilitatore di rete e di mkt? ma anche di idee innovative da tenere ben strette tra le cooperative del distretto come arma di difesa, di attacco, di fidelizzazione, una sorta di giubbotto salvagente che ti tiene a galla e chi non l’ha … ciao
    ma pensiamo anche al progettista, alla figura strategica di alto livello che una sola coop non può permettersi …. mi vengono in mente i consorzi ma … anche no, le nostre esperienze in materia non sono esaltanti , anzi, abbiamo buoni risultati con reti informali e di territori diversi ma forse è ora di ri ragionare sul ns territorio, sulla ns nuova rete …. campo aperto

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