Lavoro Bene Comune

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Mal di lavoro, I-Phone e Lavoro Bene Comune

Dio è morto, Marx è morto, il posto fisso non c’è più e, per dirla alla Woody Allen, anch’io non mi sento tanto bene…

Credo che sull’immagine, suggerita dal titolo ed evocata dal nostro premier alla Leopolda (parlare di articolo 18 è come cercare di mettere un gettone nell’I-Phone) sia già stato scritto di tutto e di più.

lavoro bene comune

Metafora potente, che in un attimo ha relegato il sindacato nel ruolo di soggetto fuori dalla storia, anzi peggio, di soggetto contro la Storia (con la S maiuscola).

Chi non comprende l’I-Phone, potentissimo simbolo di progresso e benessere, è colui che vuole riportarci indietro, ai tempi (il Signore ce ne scampi!) delle cabine telefoniche a gettoni.

Tutto bene, o forse no.

Val la pena di approfondire l’efficacissimo universo di Matteo Renzi in almeno tre focus, cruciali per la sua visione del mondo del lavoro.

La tecnologia

Come rilevato in questo interessante articolo del Fatto Quotidiano <<tutta la polemica sulla frase pronunciata dal premier Matteo Renzi si è concentrata sull’aggettivo, “fisso”. Sarebbe opportuno preoccuparsi di più del sostantivo: la scomparsa dei posti>>.

Studi e ricerche, da qualunque parte essi provengano, concordano nell’indicare nel prossimo futuro la scomparsa di moltissime figure professionali, in particolare <<spariranno i lavori intermedi, quelli oggi svolti dai colletti bianchi, rimarranno quelli altamente qualificati e creativi e quelli che richiedono scarse competenze ma non possono essere delocalizzati o affidati a una app o a un robot (dagli spazzini ai barbieri alle badanti). In generale: resisteranno i lavori che richiedono discrezionalità e interazione tra persone. Ma con conseguenze sulle retribuzioni poco piacevoli, visto che crescerà la competizione per entrambi gli estremi ma ne soffriranno di più i lavoratori poco qualificati che vedranno ridursi ancora i compensi>>.

In sostanza, chi già oggi fa fatica a trovare un posto perché meno qualificato (come i lavoratori svantaggiati) non potrà che vedere ulteriormente ridotte le proprie prospettive.

E’ un problema difficilmente risolvibile, ma sul quale si basa gran parte della tematica del Lavoro come Bene Comune.

Mi pare che, a oggi, la risposta indicata dal Governo sia improntata al rafforzamento del sostegno dello Stato agli espulsi dal mondo del lavoro.

Premesse e conclusioni

Quando le medesime cose le dicono due persone molto diverse, culturalmente distanti e storicamente forse anche opposte….c’è la possibilità che ci sia un fondo di verità.

Segnalo allora questo intervento di Renato Curcio, durante la presentazione di un libro da lui curato: “Mal di lavoro” pubblicato da Sensibili alle Foglie.

Che cosa dice Curcio?

  • Che stiamo guardando al mondo del lavoro con occhi del passato. Il mondo di odierno non è espressione di una crisi ma di un passaggio epocale.
  • Che, oggi, l’accumulazione di denaro non passa più dal lavoro produttivo ma dalla finanza. Il lavoro va dunque inquadrato all’interno del capitalismo finanziario.
  • Che, nel nostro tempo, la produzione principale riguarda simboli (esattamente come l’I-Phone) e i grandi gruppi non possiedono più fabbriche proprie (usano quelle di terzi, delocalizzate in oriente, con manodopera senza diritti e a basso costo).
  • Che tale tendenza è irreversibile, non si torna indietro, bisogna solo capire come starci nel modo più sensato possibile.

Fine della (nostra) provocazione: è chiaro che poi le differenze tra i due discorsi ci sono tutte, intendiamoci…ma sorprendenti sono pure le analogie, ed esse convergono verso un quadro di riferimento ormai universalmente condiviso.

Lavoratore e non (più) lavoratori

Partiamo da una delle conclusioni di Curcio (ma anche di Renzi): oggi il lavoro è caratterizzato dallo smantellamento dell’idea di classe, ma anche di gruppo e di rappresentanza (sindacale), verso una personalizzazione del rapporto della committenza con il singolo lavoratore.

Ciò comporta, oltre alla perdita di potere contrattuale, anche l’esposizione a un grosso rischio: la solitudine.

La crisi economica, poi, sta creando un’epidemia di depressione.

Aumentano i ricorsi alle terapie psicologiche e farmacologiche tra le persone che hanno perso il posto di lavoro.

In un certo senso si assiste ad un ribaltamento eziologico: i dolori intrapsichici, che sono tradizionalmente legati alla vita personale, emergono sempre più in conseguenza di “ferite” sociali come, appunto, la perdita del posto di lavoro.

Su Corriere Lettura si interroga, a tal proposito, lo psicologo Claude Halmos, il quale suggerisce:

«Come sempre la rimozione genera nevrosi, quindi per prima cosa dovremmo riconoscere la sofferenza sociale e trattarla per quel che è oggi, una specie di epidemia. Parlarne, in modo da non fare sentire soli quelli che ne sono colpiti. Poi usare meno l’espressione generica “disoccupato”, che azzera l’identità sociale delle persone. Non diciamo mai “fornaio senza lavoro”, “manager senza lavoro”, “operaio senza lavoro”: sono tutti degradati a disoccupati, ossia socialmente defunti».

Fine del posto fisso e fine delle speranze?

No, per fortuna.

Uno dei gruppi sociali maggiormente colpiti dalla crisi, gli Under 30 italiani, non demorde.

Dal suo osservatorio (cattedra di Demografia, Università Cattolica di Milano), il Professor Rosina studia

la generazione dei “Millennials” (qui l’articolo completo de Linkiesta), quelli nati dal 1982 in poi, che oggi tentano di entrare nel mondo del lavoro, «i cosiddetti nativi digitali, abituati a un mondo globalizzato e a cooperare in Rete, convinti di avere migliori competenze rispetto alle generazioni precedenti. Il vantaggio di cui godono è di aver visto già le difficoltà della precarietà sui fratelli. Rispetto alla “generazione x”, già alle superiori questi sapevano che ad aspettarli c’era una realtà difficile. Si sono anche resi conto che non è più solo una situazione di passaggio. Ma non vogliono ancora rassegnarsi a vedere al ribasso i propri obiettivi».

Da questi segnali si può e si deve ripartire.

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