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Economia del Bene Comune: cosa ne pensiamo?

E’ una delle risposte emerse per fronteggiare la crisi culturale che caratterizza il declino economico post 2008: l’Economia del Bene Comune, nata dall’intuizione dell’austriaco Christian Felber.

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Oggi i contenuti dell’Economia del Bene Comune si fanno strada quale via, complementare se non alternativa, al movimento della decrescita di Serge Latouche (del quale possiamo ascoltare un intervento qui). Ecco, invece, Felber:

Le premesse di Felber e Latouche sono simili:

I mercati finanziari stanno implodendo, la crisi economica si avvita su sé stessa, si acuisce la crisi monetaria, il consumo viene utilizzato come sostituto della felicità, stiamo vivendo una crisi di valori e di senso.

Soffriamo a causa delle cattive relazioni, lo stress e la pressione da prestazione; l’economia è condizionata dalla costrizione alla crescita, aumentano le situazioni di burnout.

 Continuano ad aumentare le ingiustizie sociali, i ricchi diventano sempre più ricchi – i poveri sempre più poveri, molte persone nel mondo devono riuscire a sopravvivere con 1-2 dollari al giorno; mondi animali e vegetali si stanno estinguendo. Facciamo un uso delle risorse , come se esse fossero infinite, una vera rapina ecologica; siamo diventati una società dello spreco; siamo convinti che il benessere possa essere acquistato. Noi agiamo come se fossimo separati uno dall’altro, ed invece non è così, siamo tutti in relazione uno con l’altro. Le tensioni sociali aumentano a causa delle misure di risparmio. Vengono fatte guerre per assicurarsi il dominio sulle materie prime. Dilaga la perdita di speranza e la confusione.

(Estratto dal sito Economia del bene comune)

Ciò in cui Felber tiene a differenziarsi, però, è l’idea di una prospettiva, l’accompagnare il cambiamento (anche in termini di decrescita) con una modificazione di modello economico, che sappia far tornare il sistema alla crescita.

Il concetto centrale (e qui entriamo in gioco noi imprese sociali cooperative 🙂 ) è quello di Cooperazione:

L’economia di mercato classica si basa su un mito che non ha evidenze scientifiche: la competizione. La competizione sarebbe necessaria, si afferma, per l’innovazione e la realizzazione dei propri obiettivi. Al contrario, la ricerca empirica rivela che la cooperazione è la strategia più efficace per motivare gli esseri umani e per raggiungere uno scopo. La cooperazione è definita come un gioco “win-win”, ossia un gioco in cui non ci sono perdenti, ma si vince o si perde tutti assieme. Mentre la competizione è basata su uno schema elementare  di “vincitori” e “vinti”: se io perdo, tu vinci, e viceversa Nella concorrenza, il fattore che più motiva è la paura. Nella cooperazione è il condividere. Se abbiamo la prova pratica che la cooperazione è più efficiente della competizione, perché dovremmo continuare a basare il nostro sistema economico sulla seconda, anziché sulla prima? Dobbiamo partire da questa evidenza, o non ne usciremo mai.

Si legge in una sua recente intervista concessa a Marco Dotti e pubblicata dal mensile Vita.

Da questo punto in poi, Felber si lancia in un ardito e stretto sentiero, tra strumenti concreti e utopia.

Tutti da studiare i primi, pubblicati nel sito della Federazione per l’Economia del Bene Comune in Italia: dal Manuale per il Bilancio del Bene Comune (in cui l’azienda è valutata per il Bene Comune prodotto), agli esempi sulla metodologia del Consenso Sistemico, utilizzata per la riduzione dei conflitti e la facilitazione di soluzioni cooperative nei gruppi.

La carica utopica è evidente in molti passaggi del pensiero di Felber, dalla ridefinizione delle Banche (tutte) come soggetti non-profit, alla sostituzione del PIL con il multi-indicatore Prodotto Bene Comune (PBC)…

Però, di là da questo, obiettivamente interessanti sono tre punti:

  1. La prospettiva positiva, ossia la ricerca di una “ricetta” alternativa al modello attuale, ma centrata sul concetto di crescita
  2. La proposta di strumenti concreti per facilitare la cooperazione
  3. Il richiamo alla “manutenzione del sistema”: impegno continuo di ri-significazione della collaborazione, unico accorgimento che potrebbe farci superare una cooperazione tra cooperative esclusivamente formale (<<non facciamoci concorrenza>> per intenderci…) verso una reale logica di vantaggio comune.

E voi, conoscevate il personaggio?

Che ne pensate?

 

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Un commento su “Economia del Bene Comune: cosa ne pensiamo?

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